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 Il medico è davvero un missionario?

Spesso ai medici viene detto in forma di complimento: “Fare il medico è una missione”.

Francamente non penso sia vero. Fare il medico è una professione che come tutte le professioni, anzi sicuramente in maniera maggiore, va svolta con impegno, dedizione, tenacia, ricerca infaticabile del risultato, forte senso etico.

Non si può pensare che la medicina sia una missione perché la fatica, il confronto ogni giorno con il limite umano, inevitabilmente conducono alla stanchezza e alla frustrazione fino a sconfinare, a volte, nella disperazione.

Però è certamente vero che le persone che vivono la vita globalmente come una “missione“, in una dimensione religiosa o laica, affrontano questa sfida in una maniera pacificata e pacificante in cui anche la presenza del dolore trova una giusta collocazione.

Il medico è custode di un potere importante, come viene vissuta questa condizione?

Il medico amministra un enorme potere su chi decide di affidare la propria momentanea debolezza, o a volte la vita per intero, nelle sue mani.

Il potere più grande è quello della “conoscenza”

Mi sono reso conto di questa condizione, da pochi anni giovane medico, una sera mentre assistevo di passaggio, alla cena dei malati nella sala da pranzo del mio reparto.

Mi sono fermato ad osservarli ad uno ad uno; di tutti sapevo la malattia, la prognosi, la verosimile spettanza di vita. C’era chi aveva malattie di poco conto che si lamentava del suo stato, a suo avviso insostenibile, con altri in condizioni ben peggiori che invece, magari non appieno consapevoli o solo banalmente “eroici”, li consolavano.

Confesso che, davanti a questo spettacolo, mi sono sentito spaventato, turbato per la mia condizione di “potere della conoscenza” che se male usato può essere devastante.

Fortunatamente, mi è venuto in mente che dall’ Alto qualcuno mi stava guardando, già sapendo tutto di me, a controbilanciare il mio potere e a neutralizzarlo quando meno me lo fossi aspettato e, confesso, mi sono sentito rassicurato.

Questo pensiero non mi ha mai abbandonato.

La “violenza” della medicina rappresenta un problema?

L’esercizio medico spesso sconfina nella violenza, una violenza a fin di bene e controllata, ma pur sempre violenza.

Si spera che il farmaco, che per agire spesso genera effetti collaterali anche pesanti specie nei trattamenti più importanti, o l’atto chirurgico, vera e propria aggressione cruenta, producano effetti positivi che rendano accettabile la sofferenza causata.

La ripetitività di questi gesti può talora portare a una sorta di assuefazione da parte di chi li esercita, tale da dimenticare le conseguenze contingenti, concentrandosi solo sul successo finale, a rischio di creare un iter terapeutico così pesante da rendere a volte insostenibile, paradossalmente, anche una guarigione.

Questo è sostenuto spesso dalla necessità di una “autodifesa” del medico e un supporto adeguato o banalmente il riposo o il momentaneo distacco possono essere sufficienti a riprendere la rotta giusta.

Purtroppo però questo a volte non è sufficiente e la situazione di stress porta solo alla luce profili di personalità inadeguati o, più raramente, francamente patologici.

Abbiamo introdotto un numero chiuso a medicina, che spesso esclude con formule e test astrusi ragazzi portati alla professione, ma non dedichiamo neanche una risorsa alla verifica psicologica di chi, nel corso della propria esistenza, dovrà decidere della vita di migliaia di persone.

Medicina pubblica e privata, è un problema scottante in questo periodo.

Per me la medicina deve essere amministrata dal sistema pubblico; la commistione pubblico privato può causare ed ha causato storture devastanti.

La Sanità non è un sistema “aziendalizzabile”; il prodotto finale del Sistema Sanitario è la Salute di cui costituisce il solo profitto.

Il profitto in termini di salute è difficilmente quantificabile e questo crea una variabile non controllabile che ha portato agli sprechi del sistema pubblico, che da una parte ha usato questo alibi per sprechi e ruberie, dall’altra all’utilizzo di ASL e Ospedali come ammortizzatore sociale per dispensare posti di lavoro clientelari basati sul rimborso a piè di lista.

Il trasformare però in Aziende gli Ospedali e le ASL, creando il mito del pareggio di bilancio (escludendo la voce “salute prodotta” dagli utili), ha portato a un sistema competitivo truccato in cui l’erogatore di fondi resta sempre lo Stato sia per il pubblico che per il privato, che si muove, però, senza i lacci della legislazione pubblica.

D’altronde il sistema privato persegue, dichiaratamente o meno (lo dimostrano le recenti vicende giudiziarie), il profitto come giustamente l’impiego di capitale vuole; pensare che un sistema del genere possa realmente essere “no profit” è una ingenua utopia.

Il tutto aggravato dal fatto che questo è in gran parte finanziato dal Sistema Sanitario Nazionale.

Il sistema va, a mio avviso, riformato riducendo nettamente fino ad una parte minoritaria la partecipazione della Stato che dovrebbe convogliare invece le sue sovvenzioni sul “Pubblico”, pena un lento slittamento di una delega pressoché totale della Sanità al “Privato” con magari un risparmio di spesa a fronte, però, di un sicuro peggioramento della Salute e della Cura globale.

È chiaro che questo non può avvenire senza che il Pubblico affronti con serietà il problema degli sprechi e della questione morale.

La malattia, la morte, il fine vita, l’eterna contraddizione della vita come sono vissuti da un medico?

Che la nostra cultura viva un momento di crisi di valori è cosa assodata; l’identità umana, fino ad ora legata alla religione e alle ideologie, è messa in discussione ogni momento, il presente domina la nostra vita, guardiamo al futuro senza alle spalle un passato. Il mito dell’efficienza, della bellezza a tutti i costi, del benessere ci portano a considerarci immortali.

Il gioco però prima o poi finisce, la macchina si rompe e allora a chi tocca comunicarlo? Purtroppo spesso rimane solo il medico a dover a dire: “Game over”.

E a doverlo dire, sempre più di sovente, è un medico che a sua volta è convinto che per lui il gioco non finirà mai….

Infatti, anche noi abbiamo contribuito a far credere che “malattia” è un accidente momentaneo, superabile, senza dolore, vuoi fisico o psicologico, che operiamo con i “buchini”, che i farmaci sono “biologici” e non hanno effetti collaterali, che ”oggi la opero e domani può lavorare..” ecc, ecc..

Tutto in fretta, senza costi, senza dolore, senza perdita di tempo, senza convalescenze, senza riposo.

A volte questo con il secondo fine di conquistare pazienti a fini non proprio nobili.

Peggio ancora poi parlare di morte. Anzi la morte non c’è più, c’è il “fine vita”, perifrasi “politically correct” per indicare il Creatore per chi crede o il “Nulla” per gli agnostici.

Finanche i preti parlano ormai di fine vita, la parola morte da fastidio anche a loro.

Ebbene, in questa cornice il medico è chiamato ad operare, nella confusione più totale tra chi pensa di essere padrone assoluto della propria vita, di parenti spesso divisi che avocano a loro la scelta per il proprio congiunto, di uno Stato attento al consumo delle risorse e a non scontentare la maggioranza del momento potenziale elettorato e di chi per scaricarsi di ogni responsabilità accetta tutto basta che sia un altro a decidere.

Francamente, non penso che mai questo potrà essere risolto da una legge, qualunque essa sia, penso che l’uomo resterà sempre solo nella scelta per sé e per gli altri, a fare i conti con la propria coscienza e i propri rimorsi.

Il tema della responsabilità medica è di scottante attualità. Questo influenza la vita di un medico?

Tanto si è scritto e detto su questo tema; è evidente che il momento contingente, campagne di stampa, crisi economica e corsa al risarcimento pongono il medico di fronte ad un momento particolarmente difficile e drammatico che sta facendo di fatto sparire gli specialisti di particolari specialità e ridurre il numero di quanti vogliono fare questo lavoro.

Credo comunque che questo problema si inquadri in una cornice più ampia che è quella che io definisco di “una società in cui non ci sono più cause ma solo colpe”.

Ogni evento non ha più una causa da ricercare ma solo un colpevole da indagare, ogni cosa presuppone l’apertura di una indagine, di una inchiesta.

La sfiducia nel prossimo e nella società ha prodotto questi effetti, solo un recupero nella buonafede dell’uomo potrà migliorare la situazione.

Le nuove tecnologie sono una risorsa senza rischi?

Le nuove tecnologie hanno stravolto in senso positivo il mondo medico, ma questa rivoluzione ha, come tutte le rivoluzioni, le sue vittime. Il prezzo più alto è la spersonalizzazione. Presto ci avvarremo di diagnosi e terapie basate su algoritmi sempre più precisi in cui lo spazio per l’intuizione personale sarà sempre più angusto; ciò sicuramente sarà un formidabile passo avanti ma avrà, se mal gestito, un costo elevato.

Il rischio è ben esplicato da quanto recentemente accaduto negli USA in un Ospedale altamente tecnologizzato in cui la comunicazione alla figlia di un paziente, ricoverato in terapia intensiva, che per il proprio padre non c’era più nulla da fare, è stata data dal medico attraverso un “tablet” portato da un robottino al capezzale del paziente, ancora cosciente.

Questo senza che ci fosse nessuno del personale presente, senza la possibilità di contatto umano, di una carezza, di un gesto, di un’attenzione.

In questo contesto è chiaro che se non ci sarà un adeguato lavoro sulla comunicazione, il rapporto tra medico e paziente andrà via via deteriorandosi o addirittura a scomparire.

La comunicazione medica credo debba basarsi su due cardini.

Il primo: “Io so di non sapere”; la medicina non ha dogmi e quello che è valido oggi può diventare inutile o errato domani stesso.

Il secondo: “In spe contra spem”; il medico deve sperare contro ogni speranza e così il paziente anche nelle condizioni più critiche ha diritto, proprio in virtù del primo assioma, a quella speranza che sola può giustificare il calvario di una malattia.

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