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Lorenzo Fiori, già Chief Technology Officer di Finmeccanica, oggi Direttore Generale della Fondazione Leonardo Civiltà delle Macchine

Perché una Fondazione?

Il lancio della Fondazione Leonardo Civiltà delle Macchine segna un momento importante nella storia di Leonardo Spa (prima Finmeccanica), in un percorso di dialogo e confronto reciproco con il Paese, con l’obiettivo di promuovere un rinnovato approccio che integri la cultura imprenditoriale e industriale con le scienze, le tecnologie e le arti classiche nelle molteplici forme espressive.

Lo scorso Ottobre, Leonardo Spa festeggiava il suo 70mo compleanno. La Fondazione è quindi l’iniziativa che ben rappresenta quel ponte ideale tra un passato di 70 anni di imprese industriali in molti settori strategici per un paese che vuole contare a livello globale e un futuro proiettato su nuovi temi e nuove domande, quali quelli connesse alla sicurezza e sostenibilità ambientale e alla trasformazione digitale, per diffondere la conoscenza sulle tecnologie al servizio del “bene comune”, nel segno di un nuovo umanesimo industriale.

Per comprendere pienamente lo spirito di questa iniziativa, è necessario tornare indietro nel tempo. Nel  1953, a Milano, si inaugurava il Museo della Scienza e della Tecnica, intitolato a Leonardo da Vinci, del quale, tra l’altro, l’anno precedente, il 1952, ricorreva il quinto centenario della nascita. In quello stesso anno, un poeta, saggista, critico d’arte italiano e anche ingegnere, Leonardo Sinisgalli, fondava la rivista “Civiltà delle Macchine”, un progetto editoriale finanziato e promosso dall’allora Finmeccanica, che riuscì con successo a coniugare e far confrontare industria e architettura, pubblicità e arti figurative, conquista dello spazio e cibernetica, accostando articoli d’argomento artistico-letterario a saggi di natura prettamente scientifica.

Il 2019 sarà il primo anno di attività della Fondazione ed è anche il 500mo anniversario della morte di Leonardo da Vinci, avvenuta il 2 Maggio. Anche in questo, a testimonianza di quanto appena detto, la Fondazione riprenderà la pubblicazione della rivista Civiltà delle Macchine. Il lancio del primo numero, in una nuova veste grafica ma in continuità con la precedente, avverrà proprio a Milano, a Maggio, al Museo della Scienza e della Tecnica: un tributo doveroso al genio poli-valente e multi-espressivo per antonomasia, allora già globale, oggi ancora attualissimo e ancor più globale.

Quali saranno le altre iniziative della Fondazione?

Oltre alla ripresa della rivista, organizzeremo per fine anno una conferenza internazionale sul tema dell’Intelligenza Artificiale, con l’obiettivo di presentare un “manifesto” sugli aspetti etico-giuridici connessi allo sviluppo e all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, approfondendo per quanto possibile anche quanto ci ha chiesto il premier Conte nel suo discorso alla cerimonia di presentazione della Fondazione lo scorso 4 Febbraio e cioè l’impatto occupazionale e le necessità formative e di nuove figure professionali.

Stiamo inoltre lavorando a un progetto che abbia la sua centralità in una regione del Sud, un progetto che possa favorire un “ecosistema” virtuoso all’interno del quale contribuire all’accelerazione dello sviluppo socio-economico e conseguentemente al miglioramento dell’attrattività territoriale.

Intelligenza Artificiale ma anche Digitalizzazione, Robotica ecc.: qual è la visione della Fondazione?

Ho parlato prima di “umanesimo industriale”. Nel volantino di lancio approntato per la cerimonia c’è scritto quale uno dei 3 Focus 2019: “umanesimo digitale”. Su questo “slogan” ritorno fra poco perché prima è necessaria una premessa.

Digitalizzazione, Robotica e Intelligenza Artificiale rappresentano alcuni dei temi sui quali si sta sviluppando la 4^ Rivoluzione Industriale. Come in tutte le rivoluzioni, anche questa sarà, alla fine, uno spartiacque tra ieri e domani, dove inevitabilmente ci saranno dei vincitori e dei vinti. Questa rivoluzione non sarà naturalmente cruenta ma determinerà degli impatti significativi e cambierà il posizionamento dei paesi: quelli che sapranno cogliere le opportunità saranno nel gruppo dei front-runner, con USA e Cina a fare da battistrada, quelli che non reagiranno e/o non si adegueranno con la dovuta velocità cadranno inevitabilmente nel gruppo dei follower, col rischio di vedere il gap con i front-runner allargarsi progressivamente e, soprattutto, velocemente.

È interessante quello che è emerso dall’ultimo Forum di Davos: la convinzione e convergenza di opinioni che al 2030 ci sarà una domanda per qualcosa come oltre 400 milioni di nuovi posti di lavoro con nuove  professionalità che oggi è difficile definire con precisione “quali e quante”. Affrontare questo tema rapidamente è strategico. Affrontarlo significa lavorare molto in orizzontale: cioè collaborazione, integrazione, interoperabilità lungo tutta la catena ideale del valore connessa all’innovazione, che va dalla ricerca  scientifica e tecnologica fino all’applicazione industriale su più o meno larga scala.

Lavorare in orizzontale è la dimensione chiave che si aggiunge prepotentemente e, tuttavia, non sostituisce quella verticale di ciascun settore applicativo.

Quali saranno quindi i key success factor allora per un paese front-runner?

Ne tratto uno over and above others: affrontare il tema con una nuova mentalità, quello che gli anglosassoni chiamano mindset, che non è soltanto mentalità.

Tra i principali ingredienti della ricetta ci sono: aumentare le opportunità per ricerca collaborativa, migliorare l’efficacia del trasferimento tecnologico, selezionare i settori dove si possa far leva su eccellenze pre-esistenti (non si può coprire tutto, vanno fatte delle scelte), preparare rapidamente i formatori di nuove professionalità integrando e rendendo interoperabile la catena della formazione dalla fase iniziale dell’educazione scolastica (scuole medie), preparando il terreno alle fasi successive (istituti superiori, ITS, università) con quello che il sistema industriale-economico necessita.

Come dice giustamente il dott. Pontremoli CEO di Dallara, rovesciare il paradigma: “se non vai a scuola vai a lavorare” ma piuttosto “vai a scuola per costruire il tuo futuro nel mondo del lavoro”. Bisogna rendere affascinante la formazione nell’ottica della professione che si dovrà affrontare e far conoscere presto la “bellezza” del mondo industriale e tecnologico. Far emergere il sentimento della vocazione al lavoro e tutto quello che serve prima per essere in grado di soddisfare detto sentimento. Ecco quindi una delle dimensioni orizzontali: i syllabus formativi andranno fatti insieme dal sistema educativo e dal sistema economico industriale. Insistere soltanto su modelli verticali scarsamente integrati condannerà a diventare inesorabilmente follower. Non sto raccontando nient’altro che quello che l’Open Innovation predica e l’Industria 4.0 abilita.

Per fare quanto appena sommariamente descritto serve quindi questo nuovo mindset.

In questo contesto Società di Scienze Comportamentali dovrebbe aprire un dibattito su come aiutare e supportare il cambio paradigma: questo in una certa misura è “umanesimo digitale”.

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