L’ora dell’aperitivo di Marzo 2018 con… Mauro Califano, Direttore Risorse Umane di Azienda Internazionale specializzata nella produzione di acciaio per utilizzo industriale
Marzo 25, 2018

L’ora dell’aperitivo di Febbraio 2018 con…

Alessandro Protti, Direttore Risorse Umane di Azienda Internazionale nel settore farmaceutico

Alessandro, che cos’è il successo?

È il risultato di una serie di fallimenti. Ci sono i piccoli fallimenti, che sono parte del processo di apprendimento continuo e ci sono i grandi fallimenti, che arrivano dal mancato raggiungimento di obiettivi importanti e di più ampio respiro. Il punto, però, è sempre lo stesso: bisogna impegnarsi a guardare gli insuccessi per come sono maturati, da dove sono partiti e quindi come si migliorano per i prossimi passi. Senza questa volontà, il successo è affidato alla mera fortuna, che però non basta e soprattutto dura poco.

Il professionista di successo allora è uno che sbaglia?

Certo, assolutamente. È uno che ha sviluppato la capacità di ripartire ogni giorno da zero, facendo tesoro di quanto ha fatto di buono. Quanto più si è capaci di guardarsi indietro per migliorare, tanto più il peso del professionista ha la possibilità di aumentare.
Il successo dell’uomo segue la stessa dinamica: la capacità e la volontà di migliorarsi come marito, come figlio, come padre, come amico, come fratello. È il vero progetto dell’uomo.

L’Azienda come funziona in questa prospettiva?

L’azienda è fatta di Persone e deve agevolare questa dinamica. Le organizzazioni moderne devono essere capaci di creare le condizioni per poter permettere alle Persone di cercare disequilibri rispetto agli equilibri.
La chiave della spinta all’innovazione non può risiedere nella ricerca dell’equilibrio, ma nella continua messa in discussione dello status quo.

Per Te cosa significa occuparsi di Risorse Umane?

Significa poter avere a che fare con l’unico asset che è in grado di progredire e di far progredire le organizzazioni. Per fare in modo che questa cosa accada, bisogna però lavorarci, studiare, ricercare, sfidare e innovare. E il giorno dopo ancora, poi ancora… perché il giorno prima è già vecchio.

Cosa sono le HR strategiche?

Sono quelle che non si limitano ad allinearsi al business ma lo sfidano, stimolando i propri interlocutori interni, magari a fare le stesse cose, ma in modo diverso, aiutandoli quindi a guardare oltre.

Perché ti occupi di HR? Lo hai scelto Tu?

Credo di sì, anche se in modo inconsapevole. Credo di averlo scelto io quando mi sono appassionato di organizzazione aziendale all’università. Credo che quello sia stato il momento che mi ha fatto scattare la scintilla, anche se allora ero convinto di essere affascinato più dai modelli organizzativi e dalla loro complessità, che dalle Persone. In realtà non lo sapevo, ma stavo studiando e approfondendo i temi della Persona. Le organizzazioni sono fatte di Persone e i modelli sono fatti di Persone. In realtà, già allora mi stavo occupando di Risorse Umane.

Cosa Ti piace della vita che conduci, anche non professionale?

Mi piace la montagna, perché mi restituisce la reale dimensione delle cose. Mi piace lo sport, perché è uno strumento di semplificazione della realtà. Mi piace l’Azienda perché è un mondo complesso ed è uno strumento di complicazione della realtà. Più di tutto mi piace fare colazione con la mia famiglia tutte le mattine: è il momento più intimo della giornata, un vero lusso, che apprezzo nel momento stesso in cui lo faccio e non solo quando mi manca.

Cosa Ti emoziona di più della quotidianità?

Credo di essere una persona che si appassiona, ma non mi capita spesso di avere forti emozioni, specialmente per temi ricorrenti o specifici. E’ abbastanza istintivo il meccanismo. L’ultima emozione che ricordo di aver provato in ordine cronologico è stato quando ho visto i miei genitori tenersi la mano, dopo oltre 50 anni di matrimonio…

Perché Ti appassionano le organizzazioni? Cosa ci trovi di interessante?

Perché la loro complessità nasce dal peccato originale. È la volontà di far funzionare l’entità più indomabile, che è l’uomo”, all’interno di meccanismi di funzionamento più o meno rigidi. Necessarietà e contraddizione. Dubbi e certezze. È una realtà complessa, perché in un mondo in costante cambiamento impostare e definire regole diventa una sfida intellettuale. In tal senso, è paradossale che l’azienda, comunità di uomini e donne, attenti conoscitori delle dinamiche interne, continui a ricercare nelle rigidità e negli schemi, le risposte per fronteggiare i continui cambiamenti del mondo che ci circonda.

Perché?

Perché per quanto molti orientamenti si possano criticare, è più semplice inseguire schemi e certezze piuttosto che accettare di vivere in costante mutamento. È qui che sta il problema, o meglio, l’opportunità.

Mi spieghi meglio?

Il tema non è accettare di vivere in costante cambiamento, ma cercarlo ogni volta che le cose si stabilizzano. Quando un processo o un flusso aziendale trova un suo funzionamento e un suo rodaggio, non è il momento di celebrare un successo, ma è il campanello che deve far scattare la molla per l’innovazione successiva. È l’unico approccio che permette di essere artefici del proprio futuro. Le HR sono centrali in questo, in quanto devono creare le condizioni affinché le organizzazioni stimolino il continuo apprendimento e la costante innovazione.

A questo punto, come possono le HR agevolare l’approccio per la ricerca del continuo cambiamento?

Tre parole chiave: cultura, destrutturazione e misurazione. La cultura organizzativa deve puntare a far vivere l’azienda e l’organizzazione come un Progetto, come “il Progetto” per le Persone che ci lavorano. Dobbiamo lavorare per creare contesti nei quali responsabilità, dinamicità e agilità relazionale diventino strumenti per innovare e saper leggere punti di vista differenti. Con la Società di Scienze Comportamentali stiamo lavorando su sistemi di misurazione, non esclusivamente legati alla prestazione, ma in grado anche di osservare e leggere i tempi con i quali le Persone si rialzano e si rialzeranno dalle inevitabili cadute necessarie per chi è chiamato ad innovare in un mondo che cambia ogni 24 ore. Per innovare, bisogna provare e la caduta fa parte del processo; bisogna imparare a cadere, capirne le ragioni e sapersi rialzare. Chi sarà in grado di farlo sarà un ottimo professional, chi sarà in grado di farlo fare anche al suo team sarà un ottimo Manager.

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